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Le vittime invisibili degli scam center

Nei centri del Sud-est asiatico per le truffe on line migliaia di giovani sono ridotti a schiavi digitali. Al confine tra Thailandia e Birmania, l’ong Global Alms cura i traumi e restituisce nome, dignità e futuro a chi sopravvive allo sfruttamento. Guarda anche la puntata di FINIS TERRAE o ascolta il nostro PODCAST

C’è un filo invisibile che lega la disperazione economica dei giovani disoccupati in Africa, Asia e America Latina ai messaggi ingannevoli che ogni giorno arrivano sui nostri smartphone. Un semplice sms o un’offerta di lavoro all’apparenza imperdibile rischiano di trasformarsi nell’incubo delle scam city, o centri per le truffe on line. Proliferati rapidamente nel Sud-est asiatico dopo il 2020, questi complessi, gestiti da cartelli transnazionali legati alle triadi e alla mafia cinese, muovono un’economia criminale che secondo le stime supera i 43 miliardi di euro nella sola area del Mekong, che incrocia Laos, Cambogia, Thailandia e Myanmar. Secondo i dati delle Nazioni Unite, il fenomeno ha assunto le proporzioni di una crisi geopolitica e umanitaria, con almeno 300.000 persone costrette a lavorare in queste strutture. Dietro questa immensa rete finanziaria non ci sono hacker informatici, ma schiavi digitali sottoposti a violenze sistematiche, che anche Papa Leone XIV ha ricordato nella sua enciclica Magnifica Humanitas.

Per comprendere la scala di questa crisi bisogna spostarsi a Mae Sot, una cittadina thailandese situata lungo la linea di confine segnata dal fiume Moei. Sulla sponda opposta, in territorio birmano, sorgono circa sessanta complessi ben visibili a occhio nudo. Mechelle Moore, neozelandese, direttrice esecutiva dell’ong Global Alms, descrive queste strutture come «parchi commerciali per attività illecite». Si tratta di cittadelle autosufficienti, edificate in aree rurali isolate e circondate da territori controllati da gruppi etnici armati o fazioni militari che combattono nella guerra civile birmana iniziata nel 2021, rendendole di fatto impenetrabili alle autorità ordinarie. Global Alms, dopo anni di lavoro nella gestione di casi di violenza di genere e tratta di minori, ha attivato un’unità anti-tratta specifica nel 2022. «Offriamo una linea di emergenza telefonica e un rifugio per l’accoglienza immediata mentre i nostri operatori seguono ogni vittima passo dopo passo», spiega Moore. «Quando le persone escono dai compound, le aiutiamo con la consulenza legale, spiegando loro quali sono i propri diritti e come funziona il meccanismo nazionale di referral – lo strumento con cui la Thailandia identifica e tutela le persone trafficate – fino ad accompagnarle nel processo di rimpatrio, finché non tornano a casa. Quando la polizia locale ci ha affidato il primo caso di una vittima scampata dai centri per le truffe on line, abbiamo compreso l’immensità del problema», racconta ancora Moore. «Il fenomeno è cresciuto a una velocità spaventosa e imprevedibile».

Il reclutamento avviene on line tramite falsi annunci per impieghi prestigiosi in Thailandia. Dopo finti colloqui su Zoom, le vittime atterrano a Bangkok e vengono trasferite a Mae Sot con una logistica apparentemente impeccabile. «Se sorge un dubbio, un reclutatore in chat è sempre attivo per rassicurare la persona che sta venendo trafficata», chiarisce Moore. La trappola scatta di notte: prelevate improvvisamente dall’hotel, le vittime vengono disorientate con continui cambi d’auto prima di essere costrette da miliziani armati ad attraversare il fiume Moei verso il Myanmar. Nei compound, chi rifiuta di cooperare assiste alla tortura esemplare di altri prigionieri e quasi tutti cedono. «Oggi credo che una buona parte sia consapevole dei rischi, ma scelga comunque di tentare la fortuna», analizza Moore. «Decidono di rischiare perché la situazione economica è disperata e devono mantenere la famiglia. Quando scoprono l’inganno, sono i primi a muoversi per chiedere aiuto, dicendo: “Sapevo che c’era un rischio, ma non pensavo che sarebbe stato così terribile, per favore aiutatemi a uscire”».

Ma fuggire da questo labirinto è quasi impossibile. Ogni compound ospita dalle 30 alle 40 aziende indipendenti, strutturate in rigide gerarchie collegate a superiori esterni tramite reti di videosorveglianza. Regna l’anonimato assoluto, spiega Mechelle: si usano solo pseudonimi o soprannomi e i cellulari dati alle vittime vengono completamente resettati, cancellando ogni traccia utile alle indagini. «Le vie d’uscita sono pochissime e pericolose. Molti tentativi di fuga nella giungla finiscono in tragedia o con pestaggi così brutali da invalidare permanentemente i prigionieri. Un’alternativa è il pagamento di un riscatto estorto alle famiglie, che i trafficanti mascherano come rimborso per i voli e il vitto, ma che rappresenta il prezzo commerciale pagato per l’acquisto della persona all’interno della rete della tratta». In casi eccezionali si muovono canali diplomatici autorevoli in grado di negoziare a distanza con i leader dei gruppi armati, come può permettersi di fare la Cina, che esercita il proprio ascendente politico sugli attori della guerra civile birmana e la sua influenza commerciale sui Paesi del Sud-est asiatico. Le vittime rimangono recluse uno o due anni, venendo liberate solo quando sono ridotte in uno stato di totale prostrazione fisica e psicologica.

Proprio la restituzione del nome e dell’umanità rappresenta il cuore del lavoro di Global Alms. Moore ricorda la vicenda di un giovane meccanico etiope che insieme a due connazionali aveva tentato l’evasione saltando da una finestra al secondo piano. Braccato nella giungla dalle guardie cinesi e dalle milizie locali, era stato percosso con tale ferocia da restare paralizzato, con il bacino e la colonna vertebrale gravemente lesionati. Ritenendolo ormai inutile, i trafficanti lo avevano trasportato in auto in Thailandia, scaricandolo esanime davanti all’ospedale di Mae Sot. Privo di documenti, il giovane era stato ricoverato. «Quando ho ricevuto la segnalazione, ho cercato in tutti i reparti fino a trovarlo», racconta Moore. «Non parlava inglese, comunicavamo solo in amarico tramite il traduttore di Google. Mesi dopo, mi ha confidato che quando ero entrata nel reparto gli ero apparsa come un angelo, semplicemente perché avevo pronunciato il suo nome. In un sistema che lo aveva ridotto a un numero invisibile, sentire il proprio nome lo aveva restituito alla condizione di essere umano». Dopo nove mesi di cure, il giovane è stato rimpatriato. In Etiopia ha aperto un’officina meccanica con la sorella minore, trasformandola in un’attività di successo.

Ma non è sempre così. «Queste persone partono da situazioni di estrema povertà e vulnerabilità», spiega Mechelle Moore, evidenziando come il ritorno alla normalità sia tutt’altro che immediato. «Quando finiscono in un centro di truffe possono rimanerci dai sei ai diciotto mesi, a volte fino a due anni e mezzo, e quando ne escono spesso tornano a una realtà peggiore di quella che avevano lasciato: si ritrovano con debiti e famiglie distrutte. Ricostruirsi una vita è una sfida enorme».

L’esperienza di Mechelle Moore – che ha un passato anche nell’amministrazione militare australiana e durante la pandemia ha intrapreso l’attività di ricerca universitaria a Canberra per sostenere i costi dell’ong – evidenzia la necessità di superare gli approcci burocratici. «Tendiamo sempre a cercare la vittima perfetta, convinti che debba piangere o comportarsi secondo uno schema rigido», afferma. «Ma la realtà della tratta è fatta di individui diversi, ciascuno con la propria risposta al trauma. Applicare una metodologia attenta ai vissuti e accogliere queste persone con dignità e gentilezza è l’unico modo per avviare una reale guarigione e un reinserimento sociale duraturo».

Gli schiavi lavorano su truffe romantiche, in cui lo scammer costruisce per mesi una finta relazione sentimentale prima di convincere la vittima a investire in piattaforme fasulle o a cedere volontariamente dei soldi (fattispecie che spesso non costituisce reato), ma anche sui cosiddetti task scams, dove si richiede il pagamento di somme crescenti per sbloccare presunti guadagni on line. Più recentemente, i network criminali hanno iniziato a utilizzare strumenti di traduzione e intelligenza artificiale. Ma Moore ritiene che le nuove tecnologie non ridurranno il numero di schiavi digitali. Secondo la direttrice di Global Alms nel caso di chi già utilizza i deepfake e i sistemi di traduzione istantanea la tecnologia fungerà da moltiplicatore dello sfruttamento perché l’obiettivo delle organizzazioni criminali resta la massimizzazione del profitto.

Nel frattempo la geografia del cybercrimine si sta spostando nell’entroterra birmano, a 10 o 15 chilometri dal confine, rendendo i centri inaccessibili alle ong che si occupano di recuperare le vittime. È evidente che la proliferazione degli scam center sia legata a doppio filo alla guerra civile in Myanmar, le cui parti in lotta sono coinvolte nei traffici, mentre i cittadini cercano lavoro nei compound per far fronte alla crisi economica: molti birmani, a differenza di coloro che vengono trafficati da altri Paesi, lavorano in queste cittadelle come cuochi, traduttori o addetti alla sicurezza, attirati da salari elevati e autoassolvendosi dall’attività criminale diretta. Il timore concreto è che il Myanmar possa scivolare verso la configurazione di uno “Stato-truffa” permanente, ricalcando il modello cambogiano, aggiunge ancora Mechelle. Anche il ruolo della Cina rimane ambiguo: nonostante le politiche ufficiali contrarie ai crimini informatici, la presenza di funzionari che transitano nei centri senza smantellarli suggerisce la complicità di attori corrotti che beneficiano economicamente della situazione.

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