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R.D. Congo, la storia si ripete

L’Est della Repubblica Democratica del Congo è nuovamente occupato, questa volta dal movimento M23, sostenuto dal Ruanda con l’appoggio di varie potenze mondiali. Che sfruttano le risorse, opprimendo la popolazione

Una storia che si ripete. Cambiano i dettagli, non la sostanza. È una trama di sciagure e atrocità quella che si dipana nell’Est della Repubblica Democratica del Congo, una regione ricchissima e maledetta che è stata nuovamente occupata dal Movimento M23 sostenuto dal Ruanda. E non è finita qui.

Dopo la presa di Goma (Nord Kivu) il 27 gennaio e quella di Bukavu (Sud Kivu) il 16 febbraio, continua l’avanzata del gruppo armato sia verso Sud che verso Nord, con l’esercito congolese e le autorità che hanno lasciato per primi il territorio, abbandonando la popolazione a se stessa. «Siamo rinchiusi in casa, come al tempo del Covid. Ma fuori adesso ci sono gli spari», ci dice da Bukavu una fonte che chiede l’anonimato per evidenti ragioni di sicurezza. Fuori, però, c’è anche una popolazione sfinita, che per l’ennesima volta subisce le conseguenze peggiori di un conflitto che si trascina da trent’anni e che oggi conosce un’escalation che non si sa bene dove porterà.

Intanto, ci sono stati almeno altri settemila morti, soprattutto a Goma, che vanno ad aggiungersi ai circa 6-10 milioni di questi trent’anni: uomini, donne, bambini, la maggior parte vittime dirette del conflitto o indirette di una situazione umanitaria catastrofica. E migliaia di persone in fuga. Già prima dell’occupazione, Goma aveva un milione di abitanti e ospitava un analogo numero di sfollati. «Sono passata vicino al campo di Kanyaruchinya, a una decina di chilometri dalla città, e non c’era più niente e nessuno, solo spazzatura e sacchetti di plastica che volavano in aria», ci racconta una persona che vive a Goma da quasi 35 anni e ha visto il susseguirsi di varie crisi: «Questa però non ce l’aspettavamo. Almeno non di queste dimensioni». Solo dal campo di Kanyaruchinya – che era nato attorno al 2010, al tempo dei primi attacchi dell’M23 – sono fuggite più di centomila persone, che negli scorsi anni erano già scappate da altre violenze e stragi avvenute nella regione: «È impressionante! Non so dove possano essere andate! – dice la nostra fonte sconsolata -. Qual­cuno ha trovato ospitalità presso parenti o conoscenti. La maggior parte, probabilmente, sta provando a tornare nei villaggi di origine dove – pure lì – non troverà nulla». «La fame ci ucciderà ovunque andiamo: allora meglio morire a casa», raccontano le persone in fuga, molte delle quali donne e bambini. Fame, ma anche malattie. Il colera ha ripreso a diffondersi in maniera preoccupante, così come l’Mpox (conosciuto come “vaiolo delle scimmie”), malattia infettiva, simile appunto al vaiolo, che negli scorsi mesi ha colpito almeno 15 mila persone nella regione.

Poi ci sono la paura e l’incertezza. Che si alimentano a vicenda. «Hanno preso il controllo di Goma e non se ne andranno presto. Ma un conto è occupare, un conto è controllare e gestire una città e un territorio così vasti e popolosi», riflette la nostra fonte da Goma. Scuole, ospedali, uffici pubblici… apparentemente è tutto aperto, ma non funziona niente, anche perché le banche sono chiuse, insegnanti e funzionari pubblici non ricevono i salari. «Hanno chiesto alle famiglie di contribuire agli stipendi dei docenti con 30 dollari per alunno. Ma la gente non ha nemmeno i soldi per mangiare». E se nei quartieri più centrali di Goma sono tornate l’acqua e la corrente, in quelli più periferici manca tutto. Non mancano però coloro che cercano di approfittarsi della situazione. «Prolifera la microcriminalità. Ragazzi allo sbando assaltano e saccheggiano case e negozietti, rubando il poco che le famiglie hanno. Ma non sono loro i veri ladri».

I veri ladri, semmai, sono coloro che stanno cercando di mettere le mani sulle immense ricchezze di queste regioni. Anzi, di farlo in maniera più diretta e lucrosa di quanto non lo abbiano già fatto sino ad ora. Un rapporto del 27 dicembre 2024 del Gruppo di esperti Onu sulla Repubblica Democratica del Congo rivela che, già prima di occupare questi territori, il Movimento M23 gestiva il passaggio illegale verso il Ruanda di 150 tonnellate mensili di coltan, provenienti dal sito minerario di Rubaya, a circa 50 chilometri dal confine. Non solo. Secondo Bintou Keita – guida della missione Onu nel Paese (Monusco) e rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite in R.D. Congo – il gruppo armato riu­sciva a generare, attraverso un sistema di “tassazione” sulla produzione, «un fatturato stimato attorno ai 300 mila dollari al mese».

Già nel 2023, il Ruanda – che possiede minime quantità di coltan sul suo territorio – esportava più tonnellate della R.D. Congo (2.070 contro 1.918). Secondo l’Agenzia Ecofin, era la quinta volta dal 2014 che questo succedeva. Solo lo scorso 13 febbraio, tuttavia, l’Unione Europea ha sospeso il Memorandum d’intesa stipulato un anno fa proprio con Kigali e già fortemente contestato. Il Memorandum, infatti, prevedeva una «stretta collaborazione» sul tema della «tracciabilità» e della «lotta contro il traffico illegale di materie prime», come se quei minerali non passassero “clandestinamente” la frontiera tra R.D. Congo e Ruanda.

Nell’Est del Paese molti ci vedono un cinico gioco delle parti: il Ruanda usa l’M23 per occupare e sfruttare le regioni limitrofe; e le grandi potenze mondiali usano il Ruanda per avervi più facilmente accesso. «Il coltan non è che una parte dell’enorme posta in gioco di questa occupazione – dice la nostra fonte di Bukavu -. Molti qui pensano che l’M23 cercherà di spingersi più a Sud sino al Katanga. E magari anche oltre…». Katanga significa soprattutto cobalto, minerale strategico per l’industria dell’auto elettrica. La R.D. Congo, da sola, ne produce più del 70% a livello mondiale, ma sono le imprese cinesi a controllare, direttamente o tramite partecipazioni aziendali, il grosso dell’estrazione e dell’esportazione. L’influenza di Pechino sul mercato congolese del cobalto (e in molti altri ambiti) è un’ulteriore grande incognita sul futuro del Paese africano.

Intanto, però, le popolazioni di queste regioni non solo non traggono alcun vantaggio dalle ricchezze minerarie delle loro terre, ma continuano a pagare il prezzo più alto di lotte di potere e di interessi che avvengono sulle loro teste.

E se la situazione a Goma è apparentemente più stabile, a Bukavu la ribellione cova sotto la cenere. «Questa città ha sempre avuto una società civile molto dinamica e vivace, che non può accettare passivamente l’occupazione», ci dicono. Già lo scorso 27 febbraio, durante un comizio dell’M23 nella piazza centrale della città, si sono levate voci che chiedevano agli occupanti di tornare in Ruanda e si sono verificate due forti esplosioni che hanno causato almeno 11 morti e 65 feriti. Secondo alcuni testimoni locali sarebbero stati i miliziani dell’M23 a provocarle.

«A parte quelli che sono già saliti sul carro del vincitore, pensando di trarne qualche beneficio, la grande maggioranza della gente mal sopporta l’occupazione straniera, perché ama la propria terra e ha già sperimentato cosa significa stare sotto un giogo atroce e impietoso. Magari pubblicamente possono tacere o addirittura applaudire per proteggere la vita dei propri cari. Ma nel profondo la gente è ripugnata e i più giovani organizzano la resistenza sulle montagne».

Monsignor François-Xavier Maroy Rusengo, arcivescovo di Bukavu e unica autorità rimasta al fianco della popolazione, ha fatto sentire più volte la sua voce, esprimendo profonda preoccupazione: «Il momento è grave. Un vento di guerra e di insicurezza è tornato a soffiare nella regione». «Anche lui è nel mirino – dice la nostra fonte – ma non è scappato. E questo ha un valore grande per la gente. È commovente vedere come i fedeli partecipano alla Messa, con preghiere, canti e balli. Ringraziano il Signore di essere ancora vivi. E ritrovano coraggio e resilienza. Penso che se non avessero questa fede profonda non riuscirebbero ad andare avanti. Hanno già visto e vissuto troppe cose brutte. Si sentono abbandonati da tutti, ma non da Dio». E infatti le persone ripetono continuamente: «Mungu tu! Ci è rimasto solo Dio». E probabilmente hanno ragione.

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