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Schegge di storia 4 – Mondo operaio

La “Novara Technical School”, della cui origine ho scritto nella Scheggia precedente, è nata per accompagnare i giovani tribali all’incontro con la vita moderna, tecnologica e urbana, e quindi anche al passaggio dal villaggio alla città.  Con gli anni ha insegnato tante cose, coincidenti con l’esperienza di altre attività che il PIME svolgeva a Dhaka, in particolare nel grande quartiere di Mirpur dove gestiva una parrocchia fondata pochi anni prima, e fece sentire il bisogno di qualche cosa di nuovo. La novità venne compresa ed elaborata da alcuni nostri missionari che – quasi tutti – erano entrati nell’Istituto dopo un’esperienza lavorativa: Massimo Cattaneo, Gianantonio Baio, Gian Paolo Gualzetti, Livio Prete, Luca Galimberti, Paolo Ballan.   

Se a Dinajpur la scuola preparava giovani perché trovassero lavoro, a Mirpur ci si accorgeva sempre più che i nuovi arrivati potevano sì lavorare, ma erano in difficoltà per adattarsi a ritmi di vita, rapporti di lavoro, coabitazione con giovani di altre appartenenze etniche e religiose. Si formavano attorno a Dhaka aree fortemente industrializzate ma con strutture abitative e servizi scarsi e scadenti. Venne persino coniata (o forse mutuata da altri, non importa…) una parola per indicare le minuscole stanze senza cucina né servizi, che spesso i nuovi arrivati erano costretti a prendere in affitto: “pocket room”, cioè “stanza tascabile”. Dal punto di vista della pratica di vita cristiana, basti dire che la giornata più significativa per i cristiani, la domenica, in Bangladesh è giorno di lavoro come gli altri, perché la festa infrasettimanale è il venerdì, e quindi i lavoratori – spesso con orari lunghi e straordinari obbligatori – erano tagliati fuori dalle celebrazioni liturgiche festive. Si potrebbe fare una lunga lista di esempi del genere.

Da Mirpur, i nostri missionari – in contatto con i missionari che operavano nella Technical School – iniziarono a “scoprire” una dopo l’altra giovani famiglie, o gruppetti di cristiani che chiedevano che si celebrasse la Messa a casa loro, o sulla veranda per accogliere altri, e frequentandoli – anche se si trovavano dispersi e a molti chilometri di distanza – famigliarizzarono con l’ambiente e ne compresero i problemi. Vivissimo quello dei matrimoni, per i quali era impensabile organizzare una preparazione a gruppi omogenei: troppa varietà di residenze e di esigenze, orari di lavoro, distanze dai villaggi di origine, ecc.

Nacque l’idea di creare il “Jesu Kormi Kendro”, cioè il “Centro Gesù Lavoratore”, per rispondere a questi problemi offrendo un servizio “ritagliato” sulle necessità di cui ho fatto cenno. Un servizio ad una necessità nuova per il Bangladesh, fino a pochi anni prima paese dell’agricoltura, dell’artigianato, della pesca… ma non delle fabbriche. Vescovo e preti locali accolsero l’idea con scetticismo, ma non misero ostacoli; trovare e comprare un terreno a Zirani, zona in rapido sviluppo a quasi 40 chilometri dal centro di Dhaka, non fu facile. Ma alla fine prese forma una bella struttura, disegnata dall’ingegner Alberto Malinverno, missionario laico dell’ALP, con spazi per residenze temporanee di ragazzi e ragazze, residenza per suore, per padri e fratelli, campo per giochi, servizi vari; e naturalmente un’ampia chiesa dentro la struttura stessa. In alcuni locali si ospita anche un piccolo asilo per bambini i cui genitori durante il giorno non possono prendersene cura, perché sono entrambi al lavoro. Al momento operano lì P. Gualzetti e P. Parolari, e da qualche tempo p. Vikram, un giovane indiano del PIME, e P. Rassel Rebeiro, diocesano (prova che anche il clero locale apprezza l’iniziativa); le Missionarie dell’Immacolata (PIME) suor Fulera e suor Cecilia, bengalesi, e suor Rose di Hong Kong; il catechista è bengalese. Gli spazi residenziali ospitano per tempi limitati, e gratuitamente, i giovani (maschi e femmine) che arrivano in cerca di lavoro, e in seguito, con un contributo alle spese, ospitano anche quelli che hanno trovato lavoro ma stanno cercando una sistemazione abitativa.

La novità più “vistosa” del servizio che rende il Jesu Kormi Kendro è un calendario liturgico… “inculturato”: le liturgie domenicali, per le ragioni spiegate sopra, se tenute la domenica sarebbero semi deserte: si svolgono invece il venerdì, e allora la chiesa è affollata e a volte si dimostra anche troppo piccola; iniziative formative religiose e sociali, feste particolari dei tribali, tornei sportivi si svolgono in occasione di feste nazionali, civili o islamiche, cioè quando è vacanza per tutti; e proprio per questo anche tribali non cristiani possono partecipare e lo fanno volentieri, perché al Jisu Kormi Kendro “si sentono a casa”. Nascono amicizie e rapporti che durano anche quando i giovani – trovata una sistemazione – se ne vanno; gradualmente il Jesu Kormi Kendro è diventato un punto di riferimento per molti.

Così, l’iniziativa ha attirato l’attenzione degli scettici anche perché si nota una non trascurabile differenza rispetto alle assemblee delle parrocchie tradizionali: per la varietà di appartenenze, ma anche perché formate esclusivamente da giovani: gli anziani rimangono nei villaggi, sono i giovani che si muovono e si adattano anche a situazioni nuove e inedite.                                 

Prima dell’epidemia di Covid, il l’Arcivescovo della città portuale di Chittagong, nel sud, aveva invitato il PIME ad aprire un’iniziativa simile nella sua diocesi, ma la cosa non fu possibile. Più tardi, l’arcivescovo di Dhaka invitò i religiosi della Santa Croce a operare fra i migranti locali in una zona a sud della città. L’opera stava iniziando, ma durante i moti studenteschi e popolari che portarono alla caduta del governo di Hasina (maggio-luglio 2024), fu vittima del fanatismo religioso che approfittando della baraonda che si era creata, durante la notte diede fuoco e distrusse completamente le strutture appena avviate; la statua della Madonna decapitata, ma non ci furono vittime.

Ormai però l‘idea che questo tipo di servizio pastorale e missionario fosse opportuno e fruttuoso si era fatta strada: come risposta, i religiosi della Santa Croce si misero subito al lavoro per ricominciare, mentre il PIME portava a maturazione l’impegno di aprire un altro centro del genere a Gazipur, nella zona est della città. Siamo ancora agli inizi, ma il terreno è stato acquistato, e si spera di incominciare presto anche l’attività; non si intende realizzare una “fotocopia” del centro di Zirani, ma capire bene come sia l’ambiente per dare risposte appropriate, non prefabbricate. Penso che incominciare questa attività significherà lasciare qualcos’altro, rispondendo così anche in questo modo alle esigenze espresse nella domanda che ha dato inizio a questa serie di “schegge”: “siamo dove dovremmo essere e facciamo quello che dovremmo fare?”

 (continua)

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