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Sudan, la resistenza dei cristiani

La presenza della Chiesa è limitata a poche aree controllate dall’esercito sudanese: «Ci sono enormi bisogni e difficoltà», testimonia padre Diego Dalle Carbonare

La comunità internazionale «faccia tutto il possibile per far arrivare gli aiuti umanitari necessari agli sfollati e per aiutare i belligeranti a trovare presto strade per la pace». È l’ennesimo appello lanciato da Papa Francesco all’Angelus di domenica 26 gennaio: un invito a mettere fine al conflitto che devasta il Sudan ormai da due anni e alle sofferenze della sua gente costretta a fuggire in massa, mettendo a rischio anche la stabilità dei Paesi limitrofi, a cominciare dal Sud Sudan. «Sono vicino alle popolazioni di entrambi i Paesi e le invito alla fraternità, alla solidarietà, ad evitare ogni sorta di violenza e a non lasciarsi strumentalizzare. Rinnovo l’appello alle parti in guerra in Sudan affinché cessino le ostilità e accettino di sedere a un tavolo di negoziati», ha insistito il Pontefice, una delle poche voci che non si stancano di chiedere pace per questo Paese, dove anche la situazione dei cristiani è più precaria che mai. Non solo, infatti, rappresentano una piccolissima minoranza in un Paese dove il 95% della popolazione è musulmana, ma sono quasi tutti di origine sud sudanese, riparati al Nord (alcuni da diverse generazioni) durante il conflitto con il Sud e ora in fuga nella direzione opposta.

«I cristiani subiscono quello che patisce il resto della popolazione – commenta padre Diego Dalle Carbonare, superiore provinciale dei missionari comboniani di Sudan ed Egitto -. Ma a volte è vero che c’è un accanimento contro il personale e le strutture della Chiesa, soprattutto da parte dei miliziani delle Rapid Support Forces (Rsf), che attaccano, saccheggiano, uccidono e stuprano senza guardare in faccia nessuno. Molti di loro non hanno nemmeno idea di chi sia un cristiano o un prete. Sono completamente estranei alle dinamiche di vita urbana dove c’è un minimo di convivenza e pluralismo». A testimoniarlo è stata, ad esempio, la visita a sorpresa del generale Abdel Fattah Burhan, guida delle Sudanese Armed Forces (Saf), nella parrocchia di Port Sudan a Natale. Ma in gran parte del Paese c’è una situazione di grande confusione. L’unica politica è quella del caos e della distruzione, ma anche dello sfruttamento, in particolare delle miniere di oro, la cui produzione è decuplicata. Entrambi i gruppi armati usano l’oro per pagarsi la guerra. Così come entrambi continuano ad assalire, saccheggiare e bruciare le chiese come parte integrante di un’azione di guerra santa. Non c’è un accanimento dichiarato, ma nei fatti è quello che avviene. Le chiese sono state tutte prese di mira.

Padre Diego, che è arrivato in Sudan dieci anni fa, ha lavorato a lungo a Khartoum nella direzione del prestigioso Comboni College, fondato nel 1929 con scuole primarie e secondarie e fiore all’occhiello della presenza dei comboniani in questo Paese, che è all’origine e al cuore stesso della missione africana di questa congregazione, sin dal tempo di san Daniele Comboni. Del resto, l’educazione è sempre stata una priorità assoluta. Oltre che per il Comboni College – che nel 2001 si è arricchito di un corso universitario di Scienze e Tecnologia – padre Diego ha lavorato anche per l’ufficio dell’educazione della diocesi di Khartoum, che coordinava una cinquantina di scuole. «Di queste oggi ne rimangono in funzione meno di  una decina», fa notare il missionario. Più promettente, invece, la situazione della sezione universitaria della Facoltà di infermieristica, che si è spostata a Port Sudan, grazie anche ai fondi delle Conferenze episcopali italiana e tedesca: in questo momento le lezioni si svolgono soprattutto on line per permettere anche ad alcuni studenti che sono nei campi profughi, in Darfur o addirittura fuori dal Sudan, di proseguire gli studi.

«Allo scoppio del conflitto – continua padre Diego – noi comboniani eravamo in venti nel Paese. Adesso siamo rimasti in nove. Abbiamo dovuto abbandonare la casa provinciale di Khartoum e ci siamo in parte trasferiti a Port Sudan, che è diventata a tutti gli effetti la capitale. Anche l’arcivescovo di Khartoum si è spostato qui per qualche tempo, mentre adesso si trova ad Atbara. Un nostro missionario sudanese è rimasto nelle periferie di Khar­toum, dove ha dei familiari. Altri hanno dovuto lasciare anche El Obeid lo scorso luglio, perché la città era ormai assediata. Si sono trasferiti a Kosti, mentre le ultime religiose rimaste, quattro missionarie della Carità e due suore del Sacro Cuore, hanno lasciato a malincuore il Paese. A El Obeid sono rimasti solo il vescovo e tre preti diocesani».

Attualmente, la Chiesa è presente solo nelle zone controllate dalle Saf, mentre in quelle occupate dalle Rsf non c’è più nessuna parrocchia attiva. «A Kosti – racconta padre Diego – ci sono il vescovo ausiliare di Khartoum con un prete diocesano e quattro missionari comboniani che portano avanti due parrocchie. Ci sono moltissimi sfollati, che purtroppo devono decidere se fermarsi in un Paese in guerra o proseguire in Sud Sudan, dove la situazione è sull’orlo del baratro».

E proprio dal Sud Sudan è dovuto transitare padre Diego per andare a trovare i suoi confratelli a Kosti, passando da Renk, una delle zone dove continuano a confluire migliaia di persone in fuga. Secondo l’agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) sono oltre un milione quelli che hanno già varcato la frontiera. Di questi, circa 700 mila sono considerati retournees, ovvero sud sudanesi di origine che vivevano nel Nord. Molti di loro però non hanno più niente e nessuno a cui tornare, in un Paese, peraltro, come il Sud Sudan, che è tra i più poveri al mondo, completamente sprovvisto di qualsiasi tipo di infrastruttura, e spesso segnato da conflitti interni. E così, commenta padre Diego, «da una parte come dall’altra della frontiera moltissime persone in fuga portano con sé enormi bisogni e difficoltà».

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