Peter To Rot, primo santo della Papua Nuova Guinea

Papa Francesco ha promulgato il decreto di canonizzazione del giovane catechista, ucciso nel 1945. «Si tratta di un regalo veramente grande, perché il beato Peter To Rot è il primo figlio di Papua Nuova Guinea che sarà elevato all’onore degli altari», dice il postulatore, padre Tomás Ravaioli, IVE
La notizia della promulgazione del Decreto di canonizzazione del beato Peter To Rot ci ha colto di sorpresa. Sebbene fosse qualcosa che aspettavamo e per cui lavoravamo e pregavamo da molti anni, tuttavia non potevamo immaginare che appena pochi giorni dopo essere uscito dall’ospedale, il Santo Padre avrebbe voluto farci questo regalo così grande. Sì, si tratta di un regalo veramente grande, perché il Beato Peter To Rot è il primo figlio di Papua Nuova Guinea che sarà elevato all’onore degli altari.
Peter To Rot nacque nel piccolo villaggio di Rakunai nel 1912, trent’anni dopo l’arrivo dei primi missionari sull’attuale isola di New Britain. Appena diciottenne, entrò nella scuola per catechisti e tornò a casa all’inizio del 1933 per iniziare il suo ministero di catechista, ruolo che assunse a soli ventun anni. Nel 1936, dopo tre anni di servizio, Peter To Rot aveva già guadagnato l’affetto e il rispetto di tutti a Rakunai e nei villaggi circostanti. L’11 novembre 1936 contrasse il sacramento del matrimonio nella chiesa parrocchiale di Rakunai, con Paula Ia Varpit. Ebbero tre figli.
Nel 1942, quando i giapponesi invasero parte dell’attuale Papua Nuova Guinea, uno dei loro primi atti fu quello di imprigionare tutti i missionari stranieri. Con la mancanza di sacerdoti (perché non c’era ancora clero locale), migliaia di fedeli di New Britain rimasero senza pastori che li guidassero e senza nessuno che custodisse la loro fede. In quel momento cruciale, il giovane catechista, che allora aveva solo trent’anni, si eresse a gigante della fede, assumendosi la responsabilità di mantenere viva la speranza e la fede del suo popolo.
Nel giugno del 1944 i giapponesi sapevano che la loro sconfitta era inevitabile. Nel tentativo di guadagnarsi il favore dei capi villaggio, le loro autorità legalizzarono la poligamia tradizionale, che era stata vietata dalla Chiesa Cattolica e dal precedente governo coloniale, per coloro che si allineavano a loro. Sfortunatamente, la grande maggioranza dei capi tribù accettò l’offerta, e la poligamia cominciò ad essere praticata di nuovo.
La risposta di To Rot a questi sviluppi fu completamente prevedibile: fin dall’inizio denunciò apertamente la poligamia come una pratica pagana inaccettabile per i cristiani. Usò tutti i mezzi a sua disposizione per persuadere i cattolici a resistere a questa pratica. Sapeva che mantenere la sua posizione avrebbe potuto significare l’arresto o la morte, ma non poteva rimanere in silenzio di fronte a un pericolo così grave.
In effetti, Peter To Rot fu arrestato e minacciato in diverse occasioni, e gli fu sempre chiesto di abbandonare il suo apostolato e abbracciare le pratiche infami che venivano proposte. Fu imprigionato per l’ultima volta nell’aprile o nel giugno del 1945. Dal momento del suo arresto, era convinto che sarebbe morto in prigione. Il giorno prima che To Rot fosse ucciso, uno dei capi del villaggio ebbe l’opportunità di vederlo per l’ultima volta. È lui che udì dalle labbra di To Rot la dichiarazione più chiara e bella del catechista: «Sono qui per coloro che infrangono i loro voti matrimoniali, e per coloro che non vogliono vedere l’opera di Dio andare avanti. Basta. Devo morire. Tu torna a prenderti cura del popolo. Mi hanno già condannato a morte».
La notte del 7 luglio 1945, due medici giapponesi si recarono dal catechista nella sua cella. Uno di loro gli fece un’iniezione e gli disse di sdraiarsi. Dopo un po’ di tempo, Peter To Rot cominciò ad agitarsi e sembrava voler vomitare. Il medico gli coprì la bocca e lo tenne fermo finché diede l’ultimo respiro.
Tornando alla canonizzazione, non sappiamo ancora la data, perché deve essere decisa nel prossimo concistoro. Ciò che sappiamo e di cui non abbiamo dubbi, è che il Pontificato di Francesco sta lasciando nelle nostre terre e nelle nostre anime un’impronta molto profonda, che sarà impossibile cancellare o dimenticare. La sua visita dello scorso settembre a Port Moresby e Vanimo, e la canonizzazione del primo santo figlio di questa patria rimarranno per sempre nei nostri cuori e nella storia di questa giovane nazione, che a settembre compirà appena 50 anni.
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