Handicappati
Non so bene quale sia la parola che ora bisogna usare per parlare con rispetto di persone che vivono con difficoltà permanenti di carattere fisico o mentale: a camminare, imparare, comunicare, vedere, ecc. Uso ancora il brutto termine “handicappati”, perché mi pare che “portatori di handicap” sia ancora peggio, ma specialmente perché al mio carissimo amico Franco Mizzi, gravemente colpito da problemi di deambulazione e molti altri, non importa nulla di usare questo termine, e anzi dice e scrive: “Handy è bello”. Dunque. In Bangladesh incomincia a sentirsi e a crescere un’attenzione nuova e una presa di coscienza degli e per handicappati. Grazie al Vescovo Theotonius, a Fratel Frank di Taizè, a P. Gian Paolo Gualzetti del Pime e a molti altri, i cristiani sono fra i più sensibili e attivi in quest’area. Area che si sta rivelando anche un polo attraente di rapporti ecumenici e interreligiosi. L’handicappato porta al cuore dell’umanità con le sue ricchezze e povertà: là dove, se si accetta di andare, è più facile incontrarsi, sentirsi uniti e collaborare.
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